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cartoons and illustrations by Maurizio Boscarol

Featuring bio story:

Due o tre verità sulla storia recente d'Italia

8 febbraio 2007

Da piccolo mi annoiavo spesso, così decisi di entrare nella CIA. Non fu difficile, è bastato seguire Giuliano Ferrara dopo le riunioni di Lotta Continua. Ti portava invariabilmente da uno dei loro. Li avvicinavi, e se conoscevi il titolo dei primi dischi dei Procol Harum era fatta (perché il capo della CIA in Italia fosse così legato a canzoni così leccatine, non l’ha capito mai nessuno. Ma non ero lì per pormi domande).

I primi tempi nella CIA si stava molto bene. Si era tutti amici, si facevano scherzi pesanti, certi della copertura americana, e ci si divertiva un sacco. Un giorno si era al Cermis per quattro salti con l’aereo io, Giuseppe Giannini detto er Principe, Licio Gelli e Massimo D’Alema. Tra una svolazzata e l’altra stavamo intercettando Francesco Cossiga, e gli facemmo credere che il governo USA non era molto contento di come aveva gestito l’affare Moro. “Tutta colpa di Romano Prodi che ha rovinato la seduta spiritica”, si difendeva lui al telefono. Massimo D’Alema era bravissimo a imitare l’accento del segretario di stato americano, e per settimane Cossiga credette di dover essere sacrificato alla ragion di Stato. Una notte lo spaventammo a morte: gli facemmo trovare una testa di cavalluccio marino mozzata nel sacco a pelo della roulotte in cui dormiva in incognita in quel periodo. Solo che non era un cavalluccio, ma una scimmia di mare obesa. Lui fraintese, credette che la marina volesse vendicarsi di lui e iniziò a girare armato di una fioccina carica che teneva sotto il cappotto. Un giorno gli partì per sbaglio un colpo e dovette sparire per un paio di settimane in clinica. Insomma, era uno spasso.

Qualche insabbiamento e qualche strage dopo, alla CIA si iniziava ad avvertire una certa stanchezza: avevamo accumulato abbastanza denari, e mentre Massimo si era appena comprato la barca, io decisi di aprire un CPT a Taranto, che subaffittai ad una cosca del luogo in attesa di rivenderlo allo Stato qualche anno dopo. Le cose precipitarono. Erano i tempi in cui Cossiga aveva iniziato ad esternare; sulle prime i copioni glieli scrivevamo noi, ma dopo un po’ un paio di dirigenti RAI si erano messi in testa di dover essere presenti alle riunioni artistiche. Non era più così divertente, così io e Massimo inventammo una scusa e ce ne andammo. Licio se n’era andato già da un pezzo.

L’unico rimasto, Giannini, non era questo gran portento, e fu affiancato da Stefano Disegni, che allora aveva appena chiuso con Caviglia. Per un po’ i testi rimasero di buon livello, ma alla fine la RAI pose talmente tanti veti che persino Cossiga si ruppe le palle e si dimise.

Io credo che se i dirigenti avessero avuto più fiducia in noi autori, forse di Forza Italia non avremmo mai sentito parlare. Ecco cosa succede a lasciare degli incompetenti in RAI.