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6 febbraio 2013
di Maurizio Boscarol
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Cos’hanno in comune Balotelli e la restituzione dell’IMU?

campagna elettorale, scorcio

Cos’hanno in comune Balotelli e la restituzione dell’IMU? Una cosa ben precisa: una metafora. Potremmo chiamarla “cambiare il passato”. Ed è la metafora su cui è impostata tutta la campagna elettorale del cavaliere tumefatto, l’uomo con il volto talmente gonfio e rigido che non può che sorridere: è l’unico modo per distinguersi da un ematoma.

Sarà che sto leggendo il libro di Blake Snyder “Save the cat” (un libro su come si scrivono i film a Hollywood), sarà che ho visto Freccero in estasi per il cav dalla Gruber, ma finalmente mi appare chiaro il famoso mistero dell’uomo che “sa vincere le campagne elettorali” (dicono, ma ne ha già perse due: io direi che è l’uomo che sa perderle e tornare comunque). Mi è chiaro finalmente il suo mistero, ma non è un mistero, è una tecnica. Di scrittura. Viene da Hollywood. E da un professore universitario ingiustamente oscurato dalla fama di Noam Chomsky, tale George Lakoff famoso per i suoi saggi sull’importanza delle metafore nel nostro linguaggio (il più divulgativo è “Non pensare all’elefante”). Le metafore sono importanti perché ci parlano, sostanzialmente, al di sotto della nostra soglia di consapevolezza. Qualcuno amerebbe dire che parlano all’inconscio. In realtà secondo Lakoff parlano al nostro corpo. Il linguaggio è secondo lui basato (semplificando quel tantinino…) sui movimenti che il nostro corpo fa nello spazio. Quindi “sentirsi giù” richiama al cadere a terra, perciò evoca qualcosa di negativo. Se fossimo fatti di aria, l’espressione non avrebbe senso. Tutto il linguaggio è incorporato, lo capiamo con il nostro corpo, secondo Lakoff.

Vabbe’, non importa. Conta che le metafore ci parlano in una maniera diretta e profonda, che sostanzialmente, sarà perché arrivano all’inconscio o perché arrivano al corpo, “risuonano” meglio e più intensamente dei discorsi diretti e razionali. Agendo sotto la soglia di consapevolezza, appunto. Le metafore avrebbero il potere di guidare i nostri pensieri, di formarli. Le storie funzionano in questo modo. Una buona storia è sostanzialmente un buon veicolo di metafore. Ci rimangono in mente, ci parlano e dicono cose tanto più significative, quanto migliori e originali e profonde sono le metafore con cui sono costruite.

Bene, non può essere un caso che tutti i messaggi che il cav ha mandato dall’inizio della campagna elettorale, siano incentrati sullo stesso contenuto latente: il riscatto dal passato, con tutta una serie di varianti per nulla casuali: la redenzione del reietto, fare giustizia di calunnie che lo avevano annientato, la rivincita contro un nemico che, lo si ammette, aveva avuto temporaneamente successo. Ma ora lo abbiamo smascherato e possiamo tornare e vincere ristabilendo l’ordine delle cose.

E’ più o meno la trama base dell’80% dei film americani, perciò non solo risuona a livello profondo, perché ci offre un eroe in cui chiunque di noi può identificarsi (chi non si sente un po’ ingiustamente marginalizzato, in un qualche campo della sua vita?). Ma ci è anche familiare. Ci attiva cioè schemi e aspettative consueti e dunque chiari. Ed è chiaro che quando un eroe dato per battuto e suonato, inizia a tornare per prendersi la rivincita, tutti ci aspettiamo che il film finisca con la sua vittoria.

Il cav ha dunque abilmente giocato ad attivare nei suoi elettori (ma anche in buona parte dei suoi detrattori), questo schema, per alcuni desiderabile e per altri terribile. Nessuno però può far a meno di avere in mente l’angoscia o la speranza di un suo riscatto. Perché è così che ha impostato la campagna, e le metafore si insinuano anche se non lo vogliamo. E l’ha preparato fin da prima di candidarsi.

I tre atti della campagna elettorale

Dividerei la campagna in tre fasi. La prima fase è stata da settembre ai primi di dicembre. Quando tutto pareva incerto, l’uomo suonato e il PDL ai minimi storici. Persino il balletto di Alfano che finge di intimargli “Presidente, decidi se tornare o no, ma non puoi aspettare oltre” sembrava la chiamata all’eroe riluttante. Il vecchio pugile che vorrebbe chiuderla lì, ma alla fine decide che non può non tornare, perché tutti hanno bisogno di lui. Il PDL debole era perfettamente funzionale alla narrazione: solo il mio ritorno può dare speranza a questo manipolo di coraggiosi ma pasticcioni amici. Sono vecchio e stanco. Ma il mondo ha ancora bisogno di me. Ce la farò? O, stelle del cielo, aiutatemi.

Il futuro eroe sembra ancora debole e incerto, ma alla fine prende la decisione. Sceglie la pillola rossa, entra nella tana del bianconiglio. Fine del primo atto, ora comincia la campagna elettorale.

La fase due si svolge lungo tutto dicembre, che è anche l’unico mese in cui i sondaggi danno un qualche miglioramento per il PDL. La campagna è sostanzialmente mirata a riempire la testa degli elettori dei concetti che poi verranno sviluppati: fu un complotto, la colpa del vostro malessere non è mia ma dell’austerità imposta dalla Germania. E’ per questo che fui fatto fuori: non fui debole io, solo raggirato, come tutti voi. Ora però l’impostura è stata smascherata. La cura fu peggiore del male, anzi, la cura fu il male: con me stavate bene, solo io posso rendervi giustizia, combattere il nemico germanico e riconquistare il benessere che faticosamente avevate conquistato sotto il mio regno.

Ok, fantasie. Ma è quello che sono le storie: fantasie, che ci parlano di realtà in termini di speranza. Ed è quello che, in bella sostanza, B ha ripetuto come un mantra per tutto il mese di dicembre. Tuttavia, perché il pubblico creda alla forza dell’eroe ritrovato (è solo un uomo comune, per giunta un po’ suonato, o è veramente l’eroe?), ci voleva un evento simbolico di rinascita, dopo il fango e la miseria in cui era caduto per un anno e più. E l’unico luogo che simbolicamente poteva consentirgli di rinascere, è la tana del nemico. Doveva entrare nella Morte Nera ed uscirne vivo. Allora sì, sarebbe rinato e avrebbe riconquistato la credibilità dell’eroe. La Morte Nera, nella narrazione elettorale, è ovviamente la trasmissione di Santoro e Travaglio. Quel momento, benché non abbia spostato voti, è stato funzionale alla costruzione drammatica. E’ stata la svolta, il midpoint, da quel momento capiamo che c’è qualcosa in quest’uomo. Forse è davvero un eroe, se è riuscito a entrare nella Morte Nera e ad uscirne se non vincitore, almeno vivo.

Da quel momento, c’è stato un cambio di strategia. Un po’ di silenzio, un po’ per non saturare l’immagine. Un po’ per far risaltare meglio la svolta successiva. Preannunciata dall’acquisto di Balotelli, il grande reietto, il bad-boy che però torna per dimostrare di essere diventato un uomo e di riuscire a far vincere la squadra. Il passato reietto che ritorna, cambiato, mondato dai suoi peccati. Così B non ha dovuto chiedere scusa nemmeno per la sfilata di puttane esibite en plain air: se perdoniamo Balotelli per le sue caratteristiche di bad boy, per i suoi amorazzi disordinati, per una paternità discussa e discutibile, allora abbiamo perdonato anche l’eroe. Così ha ottenuto l’assoluzione senza nemmeno abbassarsi a chiedere scusa. Comodo: spendendo solo 20 milioni posso far dimenticare che ne spendo altrettanti per mantenermi un esercito di troie. Equo, dopotutto.

E, infine, la “proposta sciocc”. Simbolicamente la dichiarazione di guerra, la preparazione all’assalto finale: noi non solo vinceremo, ma vi renderemo il maltolto. Vendicheremo quest’ultimo anno di sacrifici: vi renderemo ciò che avete pagato. Cambieremo il passato: sarà come se non fosse successo, perché era solo un imbroglio, un brutto sogno, ci ero cascato anch’io, ma ora torno più orgoglioso di prima, come un vero eroe, perché solo io posso portare il benessere.

Da qui fino alla fine della campagna ci saranno nuovi scontri su questa falsariga. Le elezioni saranno lo showdown. Fino ad allora, ci sarà battaglia di nuove dichiarazioni, e nemici che reagiscono. No, non il PD: non su quel piano, almeno. Perché non è con il PD la battaglia, ma con i mercati, le istituzioni, l’Europa. Quindi la risposta, già intravvista, sarà a colpi di spread in aumento, dichiarazioni dall’estero, o da Monti. Pare inoltre che l’eroe abbia in serbo una nuova proposta per i ceti popolari. Che sarà? (Un brivido scorre lungo la schiena delle olgettine: “Sono davvero troppi”… oh, suvvia, siete ragazze temprate).

La narrazione basta?

Fin qui il meccanismo usato, tipicamente narrativo. Che se non altro spiega perché lui riesce a parlare facilmente alla gente, inclusa, dicono i dati, quella poco scolarizzata e gli anziani. Perché oltre a parlare un sacco, e a ripetere alla nausea sempre gli stessi concetti, in maniera ossesssiva, e dunque a ottenere un effetto mnemonico certo anche in chi a scuola ha avuto una diagnosi di disturbo dell’attenzione, usa meccanismi narrativi che lo pongono come eroe di una storia, nella quale ci appassioniamo senza rendercene conto al suo personaggio, e una parte di spettatori, sempre quasi senza accorgersene, finisce per aspettarsi, se non desiderare, la sua vittoria. Proprio perché i protagonisti delle storie di solito vincono. E ci rappresentano.

Dicevo, fin qui il meccanismo. Ma il meccanismo non garantisce assolutamente la vittoria, è bene precisarlo. Contano un sacco di altre cose. Ma certamente, senza questi meccanismi, non arriverebbe nemmeno a giocarsela. Perché parte da posizioni di tale discredito, che con meccanismi di comunicazione “normali” o vecchi, non avrebbe alcuna chance. Paradossalmente l’uso di questi strumenti dimostra sì una certa intelligenza e capacità (che non è tutta sua ma molto del suo staff meno visibile). Ma dimostra anche che sa di partire ad handicap. Con una campagna basata prevalentemente su fatti, non ci sarebbe storia. Con una campagna narrativa, invece, se la può giocare. O limitare le perdite.

Carburante infinito

Quando si parla di queste cose, andrebbe sempre ricordato che, proprio per compensare i suoi personali handicap, lui ha bisogno non solo di una campagna intelligente, ma anche di mezzi sproporzionati. Sono anni che può fare quello che fa non solo perché è bravo a farlo, ma probabilmente perché è anche l’unico che ne ha i mezzi. Senza un numero di televisioni sproporzionato a disposizione, 2 giornali e un settimanale, con schiere di giornalisti pronti ad andare in tv e totalmente ripiegati sulla sua strategia, un partito composto da figuri che a lui tutto debbono, senza i milioni per parlare con fatti come l’acquisto di Balotelli, ebbene, anche la migliore delle campagne narrative alla fine risulterebbe povera. Inconsistente.

Ecco, tutto questo pistolotto per ricordare che, sì, è vero, lui sta facendo una campagna intelligente. Come non la sta facendo nessuno. Ma è anche vero che :

  1. Non garantisce comunque la vittoria, come si è già visto in passato
  2. Non sarebbe ugualmente efficace senza una tale disparità di mezzi, e
  3. Non avrebbe molte altre chance, perché con una campagna normale lui non esisterebbe.

Dunque bisognerebbe smetterla di mitizzarla, credendo che sia l’unica campagna possibile. Certo, ci insegna che è possibile usare metafore narrative in una campagna, che è possibile parlare con i fatti, ma questo è un modo come un altro per arrivare alla popolazione. Anche Bersani ha parlato con i fatti, facendo le primarie. E ha lanciato un messaggio che lo ha reso per un certo periodo l’eroe di una storia, fatta di avversari e alleati. E che è servita per far passare un partito non esattamente al top dell’immagine come un luogo di gente competente e leale, persino coraggiosa, che lotta per le proprie idee, fa partecipare il popolo e alla fine marcia unito. Oh: è il copione, non confondetelo con la realtà!…
Bersani mette al centro della sua metafora l’idea di collettività, o meglio di “comunità”, come anche lo slogan “italia bene comune” suggerisce. E sempre ha cercato di mostrarsi come quello che si confronta con tutte le idee, vince, ma le tiene comunque in considerazione. Comunità è un nome, mentre “cambiare” (il passato) è un verbo, e sospetto funzionino meglio i verbi. Ma il cav non è comunque l’unico a usare le metafore, dico.

Infine, l’ultima cosa che questa campagna a base di Balotelli e vacue promesse di recuperare gli ori e gli onori perduti suggerisce, è che non è, non è mai stata una campagna contro la sinistra. Ma è una campagna di mobilitazione del proprio popolo, punto e basta. E contro coloro che possono ambire a parlare al medesimo popolo. Il nemico numero uno, incarnato perfettamente come l’antagonista, peraltro traditore e infingardo perché nella storia figura come quello che ha venduto l’Italia alla Germania anche se è solo un espediente narrativo di bassa lega, è comunque Monti, non Bersani. Si è pure arrivati alla solidarietà di Alfano a Vendola, su…

Dunque anche la sinistra, per conto suo, dovrebbe, sì, fare attenzione e imparare, perché no, dalle tecniche berlusconiane. Ma anche rilassarsi e giocare la sua, di partita, che appartiene ad un altro campo di gioco, e usare tecniche e argomenti che le siano congeniali, evitando di restare ingenuamente a bocca aperta davanti alle trovate di B. Trovate disperate di un uomo disperato nonostante tutto, nonostante una campagna intelligente: ma si sa che la necessità aguzza l’ingegno. Lui o fa campagne intelligenti, o sarebbe già in galera/in esilio. Lo sa lui, lo sanno i suoi compari, lo sappiamo noi. Tanto perché non siam qui a smacchiare le fedine penali.