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15 maggio 2009
di Maurizio Boscarol
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Quando conobbi Dell'Utri

I diari di Mussolini

Quando conobbi Dell’Utri era Pasqua. Ero invitato a pranzo da un capocosca che abitava a Casal di Principe. Non ci volevo andare – sapete come sono: mi piace farmi pregare – ma lui mi convinse dicendo che avrei conosciuto un grande intellettuale, un raro uomo di cultura siciliano, e che Fabio Fazio era un guitto a confronto. L’argomento mi sembrò capzioso. Poi aggiunse che avremmo potuto discettare di Jacques Ellul, uno dei miei argomenti di conversazione preferiti – subito dopo Kevin Smith. Non seppi resistere.

Quando arrivammo, scoprii che anche Marcello (entrammo subito in confindenza) era eccitato all’idea di conoscermi, tanto che aveva preparato un paio di approfondimenti su “Jimmy Palmiotti fra estetica liberty e suggestioni Japan” che voleva io vedessi prima di pubblicarli sul Domenicale.

Inutile dire che ci estraniammo in una conversazione fitta fitta, che irritò non poco i commensali, costretti a discutere solo del traffico di tritolo e di come il pizzo non rendesse come una volta. Discorsi che io e Marcello snobbammo del tutto. Siamo un po’ stronzi, sì, ma in fondo dovevamo ribadire che i capiazienda non si interessano della minutaglia. Ci bastava fissare gli obiettivi, il budget e aspettare che i soldi tintinnassero in cassa.

In breve iniziò la mia attività di caporedattore per il Domenicale, con delega su fumetto e tecnologia. In particolare sul fumetto applicato alla tecnologia, dato che conoscevo di persona Scott McCloud.

Quando Marcello si inventò la faccenda dei diari di Mussolini, mi interpellò, come usava fare da allora per le questioni più strategiche. “Credi che la stia sparando troppo grossa?”, mi chiese. “No, dissi io: purché non pretenda che abbia effetto tutta in una volta. Queste operazioni di manipolazione revisionista richiedono una strategia reiterata per anni e distribuita su più canali. In modo, per esempio, che le contestazioni degli storici che attesteranno che si tratta di un falso siano distanti nel tempo e dimenticate. E in modo che, a forza di ripetere la stessa cosa da più fonti a distanza di anni, almeno qualcuno inizi a pensare che qualcosa di vero ci sia. L’importante è che le spari più grosse di quel che vuoi far credere”.

Marcello mi ascoltava con attenzione e annotava su una piccola moleskine rosso sangue alcuni minuscoli appunti in un codice che solo lui era in grado di interpretare. “Perché più grosse?” mi chiese con voce assorta. “Per l’effetto contrasto”, dissi io. “Me lo dice sempre anche Silvio, ma a me sembra un’americanata”, rispose.

Dell’Utri è in effetti un uomo un po’ all’antica. Così mi toccò spiegare.

“No – dissi – è una tecnica di vendita. Se vuoi vendere un’opuscolo, comincia proponendo un’enciclopedia. Se ti rispondono di no, di’: ok, allora forse può darmi una mano acquistando solo questo opuscolo, che costa pochi spiccioli. Ti sorprenderai di quanti accetteranno. E’ la tecnica chiamata ‘della porta in faccia’. Se chiedi subito che ti comprino l’opuscolo e ti dicono di no, non hai più speranze di recuperare”.

“Ma non è più semplice ricorrere alla tortura?”, osservò. È un uomo all’antica, ve l’ho detto. “Sì”, concessi, “è più semplice, ma purtroppo siamo in democrazia“. Quando gli parli di democrazia, Dell’Utri fa la stessa faccia che fanno i giornalisti con 30 anni di carriera quando gli parli di internet. Così abbozzò.

Sebbene scettico, Marcello inscenò effettivamente la farsa del Duce buono, arrivando a dire che avrebbe perso la guerra per troppa bontà: nel ribaltamento però, seppi poi, si fece aiutare da un autore Mediaset che aveva lavorato a lungo per “Don Matteo”, prima di litigare con Luca Laurenti perché non capiva le sue battute.

Riciclatosi come consulente di comunicazione politica, l’autore conobbe un momento di gloria, perché tanto gli elettori non si pongono il problema di capirle, le battute.